Netflix porta sullo schermo “L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers”, un documentario che esplora le origini della storica band californiana, mettendo al centro Hillel Slovak, primo chitarrista e figura chiave dei loro primi successi. Presentato in anteprima al South by Southwest di Austin, arrivato anche in Italia, il doc combina testimonianze personali e ricostruzioni storiche, concentrandosi su un periodo spesso trascurato, ma cruciale per comprendere l’evoluzione del gruppo.
Prima dei grandi trionfi discografici con “Blood Sugar Sex Magik” (1991) e “Californication” (1999), i Chili Peppers si fanno notare nella scena di Los Angeles con un sound in continua evoluzione, che mescola funk, punk, hardcore e psichedelia, supportato da esibizioni live cariche di energia. La band nasce nel 1982 dall’intesa tra Anthony Kiedis, Flea e Slovak, che contribuisce in maniera determinante ai primi album “Freaky Styley” e “The Uplift Mofo Party Plan” e appare anche in lavori successivi come “The Abbey Road E.P.” e “Mother’s Milk”.
Il documentario dedica ampio spazio agli anni iniziali e al ruolo creativo di Slovak, la cui vita si interrompe tragicamente nel 1988 a causa di un’overdose. La sua scomparsa segna un punto di svolta per il gruppo, che trova nuova linfa con l’arrivo di John Frusciante, destinato a diventare un chitarrista di fama mondiale. Nonostante ciò, l’eredità di Slovak resta al centro dell’identità dei Red Hot Chili Peppers, e proprio su questo legame il film costruisce il suo racconto, offrendo uno sguardo intimo sull’amicizia, le sfide e le radici artistiche della band.