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Un colpo silenzioso, studiato nei dettagli, che ha lasciato sgomenti fan, collezionisti e organizzatori. A pochi giorni dalla conclusione di Rumore, la mostra evento dedicata a Raffaella Carrà, due accessori originali appartenuti alla regina della televisione italiana sono stati rubati durante l’orario di apertura al pubblico.

Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili avrebbero agito senza forzare ingressi o teche espositive, sfruttando il via vai dei visitatori per passare inosservati. Un dettaglio che porta gli investigatori a ipotizzare un’azione pianificata con precisione.

Gli oggetti sottratti hanno un valore simbolico enorme: si tratta di due cinture decorate con cristalli Swarovski appartenenti a costumi indossati da Raffaella Carrà in momenti televisivi diventati iconici. La prima faceva parte dell’abito utilizzato nel programma Amore del 2006, mentre la seconda era legata alla prima puntata di Carràmba che fortuna del 2008.

Non semplici elementi scenici, ma frammenti di un immaginario collettivo che ha attraversato generazioni. La mostra, infatti, non voleva raccontare soltanto la carriera dell’artista, ma anche il modo in cui la Carrà abbia rivoluzionato linguaggi, estetica e libertà espressiva nel mondo dello spettacolo italiano.

Con canzoni come Rumore, A far l’amore comincia tu, Tanti auguri e Pedro, Raffaella Carrà ha trasformato il varietà televisivo in un linguaggio pop internazionale, diventando simbolo di emancipazione femminile, libertà e inclusione ben oltre i confini italiani.

I curatori Giovanni Gioia e Vincenzo Mola — proprietari della Collezione Carrà, che custodisce circa 350 abiti originali della showgirl — hanno definito il furto “un danno inestimabile dal punto di vista culturale ed emotivo. Quegli abiti raccontano il momento in cui il costume televisivo smetteva di nascondere e iniziava a parlare di uguaglianza, identità e libertà”, hanno spiegato, sottolineando come la Carrà sia stata “una precorritrice di civiltà” nella cultura pop italiana.

Nel frattempo i Carabinieri di San Benedetto del Tronto stanno analizzando le immagini delle telecamere di sorveglianza e raccogliendo testimonianze per individuare i responsabili. Gli organizzatori hanno anche rivolto un appello pubblico affinché i cimeli vengano restituiti: “Quei pezzi appartengono idealmente a tutti”.

di Elisa Gardini